L’intervista a Beba con CredoSoloNelRap per L’Imperatrice: “Ho smesso di chiedere il permesso”
In collaborazione con CredoSoloNelRap, Beba racconta il viaggio simbolico e personale dietro L’Imperatrice, tra tarocchi, vulnerabilità e rinascita
Con “L’Imperatrice”, Beba costruisce il progetto più personale e simbolico della sua carriera. Un album che prende ispirazione dall’immaginario dei tarocchi per raccontare identità, trasformazione, dolore, rinascita e consapevolezza.
Ogni traccia è associata a una carta, trasformando il disco in un percorso narrativo che attraversa fragilità, forza e ricostruzione personale. Al centro c’è una nuova visione di sé: meno difensiva, più umana, più libera.
Nel corso dell’intervista, realizzata insieme a CredoSoloNelRap, Beba riflette sul rapporto tra vulnerabilità e controllo, sul peso delle aspettative nella scena urban e sull’importanza di restare autentici senza adattarsi a ciò che gli altri si aspettano.
“L’Imperatrice” diventa così non solo un concept album, ma anche una mappa emotiva che racconta una donna e un’artista nel momento in cui sceglie finalmente di ascoltare sé stessa.
“L’Imperatrice” è un titolo molto forte e simbolico: cosa rappresenta per te oggi questa figura?
“L’Imperatrice” per me rappresenta una donna che ha smesso di chiedere il permesso.
Non nel senso dell’ego o della superiorità, ma nel senso di stare finalmente nel proprio spazio senza ridursi per essere più accettabile. È una figura che crea, protegge, distrugge e ricostruisce. Dentro questo disco c’è tantissimo della mia femminilità, ma anche delle mie contraddizioni. Oggi mi sento meno in lotta con quello che sono.
L’album nasce anche da un immaginario legato ai tarocchi: quando è entrato questo mondo nella tua scrittura?
I tarocchi sono entrati nella mia vita in un momento in cui avevo bisogno di rileggere me stessa in modo più simbolico e intuitivo.
Mi affascinava il fatto che ogni carta contenesse possibilità diverse di interpretazione, conflitti e trasformazioni. Mi sono resa conto che stavo già scrivendo così, solo che non avevo ancora trovato l’immaginario giusto per dare ordine a tutto. Quando ho incontrato i tarocchi ho capito che erano la chiave narrativa perfetta per raccontare questo viaggio.
Ogni brano è associato a una carta: hai iniziato dalle canzoni o dal concept simbolico?
È successo tutto in modo abbastanza naturale e disordinato all’inizio.
Una volta selezionati i brani, ho iniziato a collegarli alle carte ed è stato come se i tarocchi avessero illuminato aspetti delle canzoni che forse nemmeno io avevo ancora messo completamente a fuoco.
Il disco è costruito come un viaggio, da “Il Matto” a “Il Mondo”: in che punto senti di essere oggi?
Credo di trovarmi in un punto sospeso tra “La Morte” e “Il Mondo”.
Negli ultimi anni ho lasciato andare tante versioni di me, alcune anche in modo doloroso. Però oggi sento di essere molto più vicina a una forma di completezza, o almeno di pace. Non credo si arrivi mai davvero alla fine del viaggio, ma mi sento più intera rispetto a qualche anno fa.
Nel disco affronti temi molto personali. Hai avuto paura di esporti troppo?
Sì, tantissime volte.
Ci sono brani in cui ho avuto paura di essere troppo fragile o troppo onesta, di non riuscire più a nascondermi dietro un personaggio. Però credo che a un certo punto la musica debba smettere di proteggerti e iniziare a dirti la verità. Ero stanca di fare solo la parte della persona forte. Volevo lasciare spazio anche alle crepe.
Parli spesso di equilibrio tra vulnerabilità e potere: oggi ti senti più in controllo o più disposta a perderlo?
Prima avevo bisogno di controllare tutto perché pensavo che perdere il controllo significasse perdere valore.
Oggi invece ho capito che anche lasciarsi attraversare dalle cose è una forma di forza. Mi sento più consapevole, ma anche più aperta all’imprevisto, alle emozioni e persino agli errori.
Dal punto di vista musicale, quanto è stato importante usare la voce come strumento emotivo?
Tantissimo.
In questo disco la voce non serve solo a dire qualcosa, ma a farla sentire. Ci sono momenti in cui volevo che fosse sporca, distante, quasi rotta, e altri in cui invece doveva essere diretta e vicinissima. Anche l’autotune, per me, non è mai stata una maschera ma un’estensione emotiva. Ogni scelta vocale aveva un significato preciso.
Rispetto ai tuoi lavori precedenti, cosa è cambiato di più nel tuo modo di scrivere?
Credo di essermi tolta molta armatura.
Prima sentivo il bisogno di dimostrare continuamente qualcosa: quanto fossi forte, tecnica, resistente. Oggi mi interessa di più essere vera. Anche accettare di non avere sempre una risposta o di non essere impeccabile. La mia scrittura è diventata meno difensiva e più umana.
Nel disco collabori con Jake La Furia, Omär e Nitro. Cosa hanno portato al progetto?
Hanno portato tre energie completamente diverse ma molto complementari.
Jake ha una presenza viscerale e cinematografica, Nitro una profondità emotiva e una scrittura che riesce sempre a spostarti qualcosa dentro, mentre Omär ha aggiunto una sensibilità elegante e contemporanea. Nessuno di loro è entrato nel disco da semplice ospite: ognuno ha lasciato un pezzo reale di sé dentro il progetto.
Quanto questo disco rappresenta una rinascita personale e artistica?
Tantissimo.
Questo disco è la fotografia di una ricostruzione. Ci sono stati anni in cui mi sono sentita distante da me stessa, dalla musica e dal motivo per cui avevo iniziato a fare tutto questo. “L’Imperatrice” è il momento in cui ho smesso di rincorrere un’idea esterna di successo e ho ricominciato ad ascoltarmi davvero.
Oggi cosa significa per te essere una donna nella scena urban?
Significa cercare di restare libera in un contesto che spesso prova continuamente a definirti, confrontarti o metterti in competizione.
Per anni ho sentito addosso aspettative molto precise su come una donna dovesse stare nella scena: quanto essere dura, quanto essere sensuale, quanto essere accettabile. Oggi per me essere indipendente significa soprattutto non tradire la mia voce per adattarmi a qualcosa.
Qual è la traccia che ti rappresenta di più in questo momento?
Sicuramente “Parole D’Odio”.
Credo che i nostri giudici più spietati siamo proprio noi stessi e questo brano è una lettera che ho scritto a me stessa.
Cosa scoprirà di nuovo il pubblico ascoltando questo disco?
È una mappa che aiuta a ritrovare qualcosa che io stessa avevo perso.
Dopo “L’Imperatrice”, qual è la prossima carta che senti di voler giocare?
Forse “La Stella”.
Perché dopo aver attraversato tanto buio, oggi sento il bisogno di qualcosa che abbia a che fare con la luce, con la fiducia e con una forma di serenità. Non intesa come perfezione, ma come possibilità di continuare a creare senza perdermi di nuovo.



