L’intervista a Enrico Ruggeri per Gli occhi del musicista: “La musica deve ancora avere il coraggio di raccontare chi resta ai margini”
Tra memoria, racconto e suono dal vivo: Enrico Ruggeri torna con la terza stagione di “Gli occhi del musicista”, il programma che attraversa la musica italiana senza nostalgia e senza filtri
Con la terza stagione di “Gli occhi del musicista”, Enrico Ruggeri continua il suo viaggio dentro la musica italiana trasformando ogni puntata in uno spazio di racconto, confronto e ascolto. Un programma che unisce memoria e contemporaneità, evitando la nostalgia fine a sé stessa per cercare invece connessioni vive tra passato e presente.
Tra ospiti provenienti da mondi diversi, performance dal vivo e riflessioni sulla funzione culturale della musica, Ruggeri costruisce un racconto che mette al centro le storie, le emozioni e il valore dell’autenticità. In questa intervista ci parla del senso del programma, dell’importanza del “servizio pubblico”, del ritorno in vinile di “Gli occhi del musicista” e di cosa significhi oggi fare musica senza perdere la propria identità.
“Gli occhi del musicista” è tornato per la terza stagione: che cosa hanno visto oggi i suoi occhi che forse non riuscivano ancora a mettere a fuoco nelle prime due?
Niente che non sapessi: la musica italiana continua a proporre progetti interessanti. Ogni volta che ne ho la possibilità cerco di proporre artisti che meritano attenzione e spazio.
Il programma attraversa la storia della musica italiana, ma lo fa evitando la nostalgia sterile. Quanto è difficile raccontare il passato senza trasformarlo in un museo e farlo invece dialogare con il presente?
È difficile, ma mi vengono in soccorso canzoni che sembrano scritte ieri e che permettono di aprire discorsi ancora molto attuali.
Poi la band pensa al resto.
La prima puntata è stata dedicata al “viaggio”: fisico, interiore, artistico. Se dovesse scegliere un solo viaggio che ha cambiato per sempre il suo modo di scrivere canzoni, quale sarebbe?
Sicuramente i viaggi a Londra fatti da ragazzo. Sono stati fondamentali perché mi hanno permesso di vedere concerti che mi hanno aperto la mente.
Tra gli ospiti convivono mondi apparentemente lontani: Irene Grandi, Violante Placido, Adriano Panatta. Che cosa la affascina di più quando mette in relazione linguaggi così diversi sotto il cappello della musica?
Cerco sempre ospiti che abbiano molte cose da raccontare, provando a portarli fuori dai binari tradizionali attraverso cui il pubblico li conosce.
Più sono diversi tra loro, più la narrazione e l’intervista ne guadagnano.
La puntata su “Gli ultimi” ha affrontato un tema delicato e necessario. Crede che oggi la musica abbia ancora il dovere — o il coraggio — di dare voce a chi resta ai margini?
La musica — quella di cui stiamo parlando e non quella che semplicemente “funziona” oggi — ha sempre avuto un ruolo sociale importante.
Ha aperto finestre su mondi sommersi e raccontato storie di persone che altrimenti non avrebbero lasciato un segno nelle nostre coscienze.
Lei alterna il ruolo di narratore, musicista e conduttore. Quanto c’è di Enrico Ruggeri uomo, prima ancora che artista, nel modo in cui ascolta e guida i racconti degli ospiti?
La qualità che gli ospiti mi riconoscono più spesso credo sia l’empatia.
Unita alla curiosità, può creare una narrazione che mostra molti aspetti della vita di tutti noi, oltre a quella delle persone che vengono ospitate nel programma.
In studio c’è una band vera, che suona dal vivo e respira con gli ospiti. In un’epoca sempre più digitale, quanto è diventato “rivoluzionario” difendere l’imperfezione e l’energia del suono suonato?
La mia band è il vero valore aggiunto del programma.
Noi suoniamo le canzoni come se fossimo a un nostro concerto, con uno stile preciso ma sempre nel rispetto dell’artista che ospitiamo in quel momento.
“Gli occhi del musicista” è anche un programma di Rai Cultura. Pensa che oggi la televisione pubblica abbia ancora lo spazio — e la responsabilità — di educare all’ascolto, oltre che all’intrattenimento?
Sarò forse troppo ottimista, ma per me le parole “servizio pubblico” rappresentano ancora un impegno preciso che ho preso con la Rai e con i telespettatori.
La sfida è sempre la stessa: riuscire a coniugare cultura e divertimento.
Dopo vent’anni torna in vinile l’album “Gli occhi del musicista”. Che effetto le fa vedere un lavoro del 2003 tornare a parlare a un pubblico nuovo, in un formato che chiede tempo, attenzione e silenzio?
Mi fa molto piacere condividere con chi mi segue delle canzoni che, a più di vent’anni di distanza, continuano a sembrarci attuali ed efficaci.
Il vinile, con il suo ascolto più meditato, è il formato perfetto per questo tipo di operazione, che non ha nulla di nostalgico.
Guardando al suo percorso, tra musica, scrittura e televisione: se oggi un giovane artista le chiedesse come si sopravvive senza perdere la propria identità, quale sarebbe la prima verità — magari scomoda — che gli direbbe?
Gli direi che deve scegliere.
Può partecipare alla lotteria di chi prova soltanto ad assecondare i gusti più bassi oppure decidere di scrivere e cantare musica di valore, accettando però tutti gli enormi rischi che questa scelta comporta.



