L’intervista a Mostro per Metallo e Carne: “Ho smesso di guardare fuori e ho iniziato ad attraversarmi”
Dentro “Metallo e Carne”: il naufragio interiore di Mostro tra coscienza, trasformazione e ricerca di sé
C’è un momento, racconta Mostro, in cui il rumore del mondo si spegne e resta solo il suono dei propri pensieri. È da lì che nasce “Metallo e Carne”, un disco che non guarda più in orizzontale ma sceglie la verticalità, la profondità, l’immersione totale. Un progetto che abbandona la cronaca del quotidiano per trasformarsi in esplorazione interiore, naufragio cosmico, attraversamento di sé.
Dopo il tour di “The Illest Vol.3”, l’artista ha vissuto un lungo periodo di sospensione creativa, segnato dalla necessità di isolarsi dagli stimoli esterni per ritrovarli dentro di sé. Da quella fase nasce un album che mette al centro il contrasto tra materia e coscienza, tra corpo e mente, tra ciò che è tangibile e ciò che resta invisibile.
In questa intervista, Mostro racconta il processo creativo dietro “Metallo e Carne”, il rapporto con la pressione e le aspettative, il silenzio discografico degli ultimi anni e il ruolo della scrittura come forma di conoscenza personale e catarsi.
Il nuovo album si intitola “Metallo e Carne”. Lo hai descritto come il progetto più intimo e immaginifico della tua carriera. Che tipo di viaggio hai affrontato per arrivare a scrivere questo disco? E cosa rappresentano per te il “metallo” e la “carne”?
Il concept nasce da una domanda implicita ma sempre potente: cosa succede se ci lasciamo precipitare dentro noi stessi, senza paura e senza meta?
È lì che il corpo diventa un veicolo, quasi un’astronave, mentre la coscienza diventa il cosmo. “Metallo e Carne” è l’unione di questi due elementi: da una parte la componente tangibile, fisica, cruda; dall’altra quella invisibile, mentale, misteriosa.
Il disco racconta un viaggio che non cerca risposte definitive, ma si nutre delle domande, dei processi e delle trasformazioni. La differenza principale rispetto ai miei lavori precedenti è proprio questa: prima i miei dischi seguivano un asse più orizzontale, legato alla quotidianità, alla società, alla carriera. “Metallo e Carne”, invece, si muove in verticale e sceglie la profondità.
In “Metallo e Carne” parli di un naufragio cosmico, di un viaggio interiore senza meta. Quando ti sei reso conto di voler affrontare un disco così introspettivo, senza pensare all’esterno ma solo a te stesso?
Dopo il tour di “The Illest Vol.3” ho attraversato quasi un anno in cui avevo la sensazione che la realtà intorno a me non fosse più in grado di darmi gli stimoli necessari per raccontarmi.
Ho iniziato a percepire una sorta di esaurimento, non personale, ma come se il mondo intorno a me si fosse svuotato della propria energia e ogni cosa avesse perso colore. Così ho iniziato a chiudermi sempre di più dentro me stesso, finché l’unico modo per uscirne è diventato attraversarmi.
Credo che sia stato proprio lì che è iniziato davvero il processo creativo del disco.
Discograficamente parlando, dall’uscita di “Ogni Maledetto Giorno” c’è stata una release importante ogni anno fino al 2020, poi un momento di silenzio. Ti va di raccontarci cosa è successo in quei tre anni? E cosa ti ha riportato in studio?
Il 2020, con l’inizio della pandemia, ha rappresentato uno dei principali fattori di rallentamento: non avevo più la possibilità di mettere in pratica il mio lavoro come prima.
In più, in quel periodo ho affrontato un passaggio molto importante della mia carriera, cioè il cambio di etichetta: sono passato da una realtà indipendente a una major come Sony. Anche quello è stato un processo lungo, che ha richiesto tempo per essere metabolizzato e costruito nel modo giusto.
Tra la lavorazione di “The Illest Vol.3”, il cambio di etichetta e tutto quello che è successo con il Covid, il tempo è semplicemente diventato più lungo del previsto.
Negli ultimi anni si parla molto di salute mentale nel mondo della musica. Come vivi personalmente il rapporto con la pressione, le aspettative e il successo?
Non è facile mantenere un equilibrio tra tutte queste cose: il successo, le aspettative, le cose che non vanno come avevamo immaginato. Però forse è proprio questo uno degli aspetti che più mi affascina del fare musica.
La musica mi ha insegnato la necessità di immergermi completamente nelle cose e di accettarle al cento per cento. Se ancora oggi provo ansia prima di un concerto, se sento pressione o aspettative, per me sono segnali positivi.
Vuol dire che mi importa ancora davvero di quello che faccio, che ne sono ancora innamorato. Credo che l’ansia sia spesso una forma diversa della preoccupazione, ma anche una manifestazione d’amore verso ciò in cui investiamo noi stessi.
Sei sempre stato considerato uno degli artisti più autentici del rap italiano. Cosa significa per te essere autentico oggi, in un’epoca dove tutto sembra così veloce e superficiale?
Per me essere autentico oggi ha lo stesso valore che aveva dieci o vent’anni fa. Facciamo un genere musicale che premia moltissimo la personalità, quindi essere sé stessi è fondamentale.
E nel momento in cui lo sei davvero, diventi automaticamente originale, perché ognuno di noi è unico a modo suo. Finché racconti la tua realtà e condividi quello che vivi veramente, le persone percepiscono la tua autenticità. Ed è proprio lì che nasce il legame con chi ti ascolta.
Nei tuoi testi affronti spesso temi esistenziali, conflitti interiori, dolore e crescita. Quanto conta per te la scrittura come strumento di guarigione personale?
La scrittura è sicuramente lo strumento principale che ho per conoscermi, comprendermi e raccontarmi. Sono sempre stato un artista che attinge molto dalla propria sfera emotiva.
Mi interessa portare alla luce anche gli aspetti più oscuri della personalità, quelli meno esposti, perché per me è un processo necessario. Mi serve a capire meglio chi sono.
È un elemento fondamentale non solo del mio modo di scrivere, ma proprio della mia identità. Attraverso i testi ho imparato tantissimo su me stesso e, in alcuni casi, ho avuto anche la possibilità di aiutare altre persone.
Sono consapevole di fare un genere musicale che può avere una funzione catartica, e questa cosa per me ha un valore enorme.
Se potessi lasciare un messaggio al Mostro che ha iniziato questo percorso anni fa, quale sarebbe?
Gli direi semplicemente: vai avanti.
Credo sia il messaggio più importante che si possa dare a qualcuno, perché in fondo non credo molto nei consigli. Alcune cose bisogna viverle per forza.
Anche se potessi incontrare davvero il me del passato e dirgli cosa fare o non fare, so che certi errori li rifarei comunque. Però una cosa gliela direi con certezza: vai avanti, perché ce la stiamo facendo.
Per chiudere: cosa vorresti che chi ascolta questo album portasse con sé una volta terminato il viaggio?
La mia ambizione per questo disco — come per tutti i miei dischi — è che chi lo ascolta si senta ispirato.
Vorrei che lasciasse addosso la voglia di rialzarsi, uscire di casa e fare qualcosa di buono per sé stessi.
Sinceramente, questa è la mia aspirazione più grande.



