L’intervista a Niko Pandetta: “Il disco esce lo stesso” anche dal carcere
Tra detenzione, musica e identità, Niko Pandetta racconta “Malavita”: un progetto nato in un momento complesso e diventato simbolo di continuità e resistenza artistica.
In occasione dell’uscita di “Malavita”, il nuovo album di Niko Pandetta, una delle voci più discusse e riconoscibili della scena urban italiana torna a raccontarsi attraverso un progetto diretto, senza compromessi.
Il disco arriva in una fase personale complessa, segnata dalla detenzione e da una distanza forzata dal mondo esterno. Proprio per questo, l’uscita assume un valore ancora più significativo: la musica diventa necessità, continuità, presenza anche nell’assenza.
“Il disco esce lo stesso” non è soltanto uno slogan, ma una dichiarazione chiara: il lavoro artistico va avanti, indipendentemente dal contesto.
“Malavita” si presenta come un progetto compatto, coerente e identitario, che attraversa vissuto personale, strada e memoria, mantenendo sempre una linea narrativa precisa. Le collaborazioni con alcuni dei nomi più rilevanti della scena urban contribuiscono ad ampliare il racconto senza alterarne l’essenza.
Ne emerge un lavoro che non cerca giustificazioni, ma si limita a esistere per quello che è: un racconto diretto, personale e senza filtri.
1. Oggi Malavita è finalmente fuori: che giorno è per te, emotivamente, considerando tutto quello che stai vivendo?
Quando la musica esce mentre sono incarcerato, è sempre una sensazione dolceamara. Questo arresto, a differenza del precedente, non era previsto e non poter vivere l’adrenalina dell’uscita mi fa sentire ancora più chiuso. Aspettavo questo momento da ottobre e averlo mancato per poche settimane è difficile da accettare.
2. “Il disco esce lo stesso” è diventato un messaggio fortissimo già prima dell’uscita. Oggi che il pubblico può ascoltarlo, cosa senti di aver dimostrato?
Quando mi hanno arrestato, ho avuto modo di contattare le persone a me più vicine, tra cui il mio manager. Gli ho chiesto di portare avanti tutto ciò che avevamo programmato, adattandolo alla nuova situazione. Avevamo pensato anche agli in-store, che purtroppo non si potranno fare, e questo mi dispiace molto. Però la mia priorità è sempre stata la musica: ho sempre messo il lavoro davanti a tutto. Volevo che il messaggio fosse chiaro, soprattutto per i fan. “Il disco esce lo stesso” è uno slogan forte, nato proprio durante una chiamata di saluto prima del mio arresto.
3. Questo album arriva in un momento complesso della tua vita: quanto è stato importante per te sapere che la tua musica sarebbe uscita comunque, nonostante tutto?
In carcere c’è troppo tempo per pensare e, in un ambiente così, i pensieri tendono facilmente a diventare negativi. Io sono entrato con due pensieri fissi: le mie bambine e il disco. Nei primi giorni riflettevo su come sarebbe cambiato il lavoro del mio team e su come avrebbero reagito alla mia assenza. Quando ho avuto modo di confrontarmi con loro, lo slogan “Il disco esce lo stesso” stava già circolando: mi ha tolto un peso enorme.
4. Malavita è un titolo che non cerca compromessi. Oggi che il disco è fuori, pensi che la gente capirà davvero cosa volevi raccontare?
Non ho mai cercato compromessi, né nella vita né nel mio percorso artistico. Sono sempre stato autentico, e per questo ho pagato delle conseguenze. Malavita è un’etichetta che mi porto addosso: non importa quanto io cambi, resta lì. La narrativa su di me è stata spesso manipolata: oggi sto pagando per fatti di dieci anni fa e c’è chi cerca di tenermi legato a quel mondo anche adesso. Ma io sono una persona diversa, che si è salvata grazie alla musica. I miei fan hanno sempre apprezzato questa mia autenticità, con tutti i miei pregi e difetti.
5. Nel progetto ci sono collaborazioni con artisti come Guè, Baby Gang e Kid Yugi: quanto è stato importante sentirli al tuo fianco in questo momento?
I featuring presenti nel disco sono tutti artisti che, prima ancora della musica, si sono interessati a me come persona, soprattutto in momenti in cui è più facile essere dimenticati che aiutati. Ho avuto tre anni per costruire queste collaborazioni e ho scelto di inserirle tutte nell’album anche per ringraziarli. Con loro c’è prima di tutto un rapporto umano: sanno che possono contare su di me, sempre.
6. Ascoltando la tracklist, ci sono pezzi molto diretti come “Nato Colpevole” o “Cicatrici”: qual è il brano che oggi senti più tuo?
“Nato Colpevole” è il brano a cui sono più legato: è uscito insieme a me ed è il primo pezzo che ho registrato dopo il carcere di Cagliari. “Cicatrici”, invece, guarda al passato ed è anche un richiamo a “Glock & Diamanti”, il mio primo brano con Guè.
7. Il tuo percorso è sempre stato senza filtri. In questo disco c’è più istinto o più consapevolezza rispetto al passato?
Questo disco è puro istinto: è voglia di liberarsi e anche di tornare a divertirsi dopo gli anni passati in carcere. La consapevolezza arriverà dopo, quando avrò il tempo di analizzare davvero il mio percorso e il mio passato con più lucidità.
8. Oggi i fan stanno scoprendo Malavita: cosa ti auguri che capiscano davvero ascoltandolo dall’inizio alla fine?
Spero arrivi la voglia che avevo di far sentire di nuovo la mia voce. Ho scelto di alleggerire un po’ i discorsi legati al carcere, perché sentivo il bisogno di qualcosa di diverso. Ci sarà tempo per brani più pesanti. Malavita rappresenta la chiusura di un percorso iniziato con Bellavita: è un addio a una versione di me che, per ora, metto da parte e che analizzerò in futuro.
9. La tua storia continua a far discutere. In un giorno così importante, senti più il peso delle critiche o la forza del tuo pubblico?
La forza del mio pubblico è quella che mi ha sostenuto anche nei momenti più difficili, persino più di questo. L’odio è forte quanto l’amore, ma quello che non accetto sono le persone che augurano il carcere o la morte e poi ascoltano comunque la mia musica.
10. Se dovessi riassumere Malavita in una sola frase oggi, nel giorno della sua uscita, quale sarebbe?
“Il disco è uscito lo stesso.”
“Malavita” non è solo un album, ma un punto di passaggio. Un progetto che chiude un capitolo e ne apre un altro, mantenendo al centro un’identità che resta riconoscibile, nel bene e nel male.
Un racconto diretto, che non cerca approvazione, ma ascolto.
Intervista a cura della redazione di Scolaro Magazine



