Intervista a Roshelle: mangiare il veleno e riscrivere l’amore in Mangiami pure
Roshelle apre le stanze del suo primo album di inediti, tra fragilità, visioni e rinascita.
C’è un momento preciso in cui il dolore smette di essere solo ferita e diventa linguaggio. In Mangiami pure, Roshelle attraversa quel confine sottile e lo trasforma in materia artistica. Il suo primo album di inediti è una casa emotiva, fatta di stanze da esplorare senza difese: un percorso sensoriale che mescola desiderio, eccesso e consapevolezza.
L’abbiamo incontrata per entrare, insieme a lei, in questo spazio intimo e visionario.
Nel tuo racconto, Mangiami pure nasce da un abuso d’amore consapevole, quasi necessario. Quando hai capito che quel “veleno” poteva trasformarsi in una forma di salvezza artistica e non solo personale?
Una cosa che mi è sempre piaciuta fare è trasformare ciò che provo. Quando vivo un sentimento — che sia dolore, gioia o qualcosa che mi travolge — sento il bisogno di farne qualcosa, di lasciare una fotografia di quel momento. Che sia un disegno, una canzone, una poesia o persino cucinare un dolce, mi piace tradurre in qualcosa di materiale un sentimento così intangibile.
Non aver rifiutato qualcosa di “velenoso” è stato comunque una fonte di forte ispirazione: mi ha aperto un varco creativo che ho voluto abbracciare e portare fino in fondo.
Parli di questo disco come di una casa fatta di stanze emotive. C’è una stanza, tra tutte, in cui hai avuto più paura di entrare?
La stanza in cui ho avuto più paura di entrare è sicuramente la cantina — o forse la soffitta. Perché finché non apri la porta non sai se sia vuota o piena.
Nel nostro caso esistono entrambe: una cantina piena, fitta di cose, ragnatele, polvere, strumenti abbandonati, scale rotte… e poi una stanza vuota, in cui resta solo l’essenziale. Ed è probabilmente quella la più spaventosa: uno spazio in cui c’è un piedistallo con sopra l’oggetto del desiderio — forse una mela della discordia, chissà.
La scelta di lasciare intatto il memo vocale in apertura sembra quasi un gesto radicale, anti-performativo. È lì che nasce davvero la tua “firma stilistica inconfondibile”?
La scelta di lasciare Due passi nel blu della luna come memo vocale non è un atto di ribellione, ma il desiderio di preservare l’intenzione originaria, il sentimento primario — quello più puro e magico.
Spesso, con una lavorazione più “cervellotica”, quel momento si perde. Avremmo potuto registrarla in modo canonico e fare comunque un ottimo lavoro, ma sono molto affezionata a quell’istante. Lo percepisco come qualcosa di magico. E credo che l’entusiasmo sia contagioso: se qualcosa entusiasma così tanto me, può arrivare anche agli altri.
“L’origine del mondo” arriva come una luce dopo il buio e diventa addirittura l’incipit del prossimo capitolo. È la prima volta che senti di aver trovato un amore che non ti consuma, ma ti costruisce?
È la prima volta che mi capita di vivere una reciprocità così forte, in cui c’è la volontà di costruire invece che distruggere.
E questo non riguarda necessariamente solo una relazione con un’altra persona: è proprio un nuovo presupposto, un nuovo modo di stare nelle cose.
In Mangiami pure, Roshelle non cerca risposte definitive, ma lascia tracce: emozioni che si stratificano, immagini che restano addosso. È un disco che non si limita a raccontare una trasformazione — la mette in atto, stanza dopo stanza.
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